Boretto

Condannata coppia pakistana che, dopo maltrattamenti, avevano indotto la figlia ad un matrimonio forzato

Dopo anni di vessazioni, percosse e un aborto indotto, ai due coniugi sono stati inflitti due anni di reclusione. Decisiva l’attività della Procura reggiana che è riuscita a far trovare alla vittima ventiduenne il coraggio di raccontare le condotte maltrattanti subite

Condannata coppia pakistana che, dopo maltrattamenti, avevano indotto la figlia ad un matrimonio forzato

Una vicenda, quella verificatasi sempre nella bassa reggiana, che riporta alla memoria i fantasmi di Novellara e la tragica sorte di Saman Abbas, ma che questa volta racconta un epilogo fortunatamente opposto.

Condannata coppia pakistana

BORETTO – Grazie al ritrovato coraggio di una ventiduenne pakistana di ribellarsi ai propri genitori e alla tempestiva attivazione del “Codice Rosso” da parte della Procura di Reggio Emilia, si è potuta scrivere una diversa – e sempre auspicabile in casi del genere – parola fine: non un dramma irreparabile, ma una sentenza di condanna.

In primo grado

I genitori della ragazza sono stati infatti condannati in primo grado a due anni e 15 giorni di reclusione per anni di maltrattamenti e tentata induzione al matrimonio forzato. La sentenza, emessa il 3 giugno 2026, conclude una complessa attività di indagine condotta dai Carabinieri di Boretto con il supporto dei loro colleghi del NORM della compagnia di Guastalla sotto il costante coordinamento della Procura di Reggio Emilia, diretta dal Procuratore Calogero Gaetano Paci.

Colpevoli

I protagonisti, un uomo di 54 anni e una donna di 51, entrambi pakistani, sono stati ritenuti responsabili di condotte vessatorie iniziate nel 2017 e protrattesi fino al maggio 2023. Questo il quadro emerso dalle indagini: la figlia “colpevole” di aver intrapreso una relazione sentimentale non approvata, veniva privata del cellulare, isolata all’interno della famiglia e costretta a recarsi più volte in Pakistan contro la sua volontà; minacciata di non farla ritornare se non avesse accettato il fidanzamento con un cugino, residente in Pakistan, con il quale veniva costretta a sposarsi a distanza nel 2018 e obbligata a recarsi in Pakistan, contro la sua volontà, per convivere con il marito.

Pugni alla schiena

Dopo avere scoperto la relazione è stata sottoposta ad un regime di violenze e segregazioni sistematiche. Tra gli episodi più gravi contestati è stata colpita  con schiaffi in volto, il padre l’ha fatta  inginocchiare ed è stata percossa   con pugni alla schiena facendole sbattere il viso contro il pavimento, la madre l’ha  chiusa a chiave in cantina costringendola a trascorrervi la notte.

Contro la gravidanza

Nel dicembre 2022, scoperta la gravidanza la giovane veniva colpita con pugni all’addome e in precedenza anche alla schiena, costretta poi ad abortire sotto minaccia di farle praticare l’aborto in Pakistan e di non essere più accolta in casa nell’ipotesi di prosecuzione della gravidanza. Oltre alle violenze fisiche, i genitori avrebbero tentato ripetutamente di imporle matrimoni combinati con uomini scelti da loro, sottraendole il cellulare per isolarla dai contatti esterni. Tra gennaio e febbraio 2023, dopo averle prospettato la possibilità di tornare a casa solo se avesse accettato di sposarsi, la avrebbero indotta a scegliere un ragazzo tra quelli che le venivano proposti e facevano a quest’ultimo una concreta proposta di matrimonio ma non riuscivano nell’intento per il rifiuto del ragazzo.

Altro pretendente

Nel mese di aprile 2023 le comunicavano che avrebbe dovuto sposare un altro ragazzo connazionale organizzando un incontro tra lo stesso e la figlia contro la volontà di quest’ultima. Nonostante le enormi difficoltà iniziali e la profonda paura di ritorsioni, la vittima è riuscita a fare le prime confidenze ai Carabinieri di Boretto, per poi aprirsi al Magistrato titolare dell’inchiesta e al Procuratore Capo Paci che, nel corso delle indagini, l’hanno escussa.

Coraggio

Un coraggio, quello ritrovato dalla ragazza, che ha protetto la sua stessa libertà di azione.  Dopo le sue dichiarazioni è giunto il provvedimento di divieto di avvicinamento, in cui il Giudice aveva sottolineato come le condotte dei genitori fossero espressione di una visione “maschilista e dispotica”, totalmente incompatibile con i diritti fondamentali garantiti dall’ordinamento italiano. Una sentenza di condanna, quella comminata ieri dal Tribunale di Reggio Emilia ai genitori (che oggi risiedono in un’altra provincia), che può consentire ora alla giovane vittima di guardare al futuro libera dalla morsa dei soprusi familiari.